L’impatto del gas non-convenzionale

A shale gas revolution?Segnalo un interessante studio del MIT su The Influence of Shale Gas on U.S. Energy and Environmental Policy.

Lo studio compara lo scenario energetico statunitense con e senza gas da argille e valuta l’impatto del non-convenzionale sul costo dell’energia, sugli interscambi con l’estero e sui livelli di occupazione.

I risultati sono tutti largamente prevedibili e naturalmente positivi in tutti gli ambiti. I ricercatori del MIT tuttavia sottolineano che il gas da argille ha anche l’effetto di prevalere sulle rinnovabili, riducendone il peso e quindi aumentando l’impatto in termini di emissioni.

Aggiungerei, però, che non si tratta di un fatto completamente negativo: oltre al fatto che il gas spiazza in larga misura anche il carbone, il cui uso per la generazione elettrica produce più alte emissioni, restano infatti due dati essenziali.

Il primo è che posticipare l’adozione di misure eccessivamente stringenti in materia ambientale, soprattutto nell’attuale contesto macroeconomico, rappresenta un vantaggio competitivo, anche perché consente di scaricare sugli altri i costi dei limiti autoimposti.

Il secondo è che entrare più tardi massicciamente nelle rinnovabili – ossia, quando il gas sarà troppo costoso in termini comparati – consente di utilizzare direttamente le tecnologie più avanzate, scaricando sugli altri i costi rappresentati dagli investimenti già effettuati (per semplificare molto, chi dubita che i pannelli solari tra 10 anni saranno molto più efficienti e molto meno cari? Bene, noi intanto avremo i pannelli di oggi e staremo ancora paganti il V conto energia…).

 Molto su cui meditare, su questa sponda dell’Atlantico.

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3 risposte a L’impatto del gas non-convenzionale

  1. Martina dice:

    Salve,

    le scrivo per un chiarimento. Cosa intende con “Il primo è che posticipare l’adozione di misure eccessivamente stringenti in materia ambientale, soprattutto nell’attuale contesto macroeconomico, rappresenta un vantaggio competitivo, anche perché consente di scaricare sugli altri i costi dei limiti autoimposti” ?

    Si riferisce ai limiti imposti nella EU? Sta quindi affermando, implicitamente, che la rivoluzione dello shale gas condurrà gli USA a posticipare l’adozione di politiche ambientali più restrittive?

    Nel paragrafo successivo, si riferisce a minori investimenti europei nelle energie rinnovabili rispetto agli USA?

    Grazie

    • Matteo Verda dice:

      Buonasera Martina,
      le rispondo con piacere.
      Per quanto riguarda il primo passaggio, ha colto il punto: gli Stati Uniti sono già storicamente più cauti nell’abbracciare politiche di contenimento delle emissioni, come appare evidente a ogni round negoziale a livello internazionale, da Kyoto in poi. Lo shale gas, abbassando il costo dell’energia fossile, rende comparativamente più costosa la produzione da rinnovabili, rallentandone la diffusione.
      Inoltre, il processo di reindustrializzazione innescato dal basso costo dell’energia rischia di essere compromesso se le politiche ambientali diventano troppo strette: un conto è essere fautori di un taglio delle emissioni se le industrie ad alto consumo delocalizzano e quindi si ha un’economia altamente terziarizzata, un altro è tagliare le emissioni se nel contempo si punta a un aumento della produzione industriale [personalmente, sono molto scettico circa le virtù dell’eccessiva terziarizzazione dell’economia, ma questo è un altro discorso].
      Quanto al secondo passaggio, mi riferisco al fatto che attualmente le distorsioni del mercato indotte in Europa dai sussidi spingono all’installazione di tecnologie obsolete, fenomeno che plausibilmente non peserà sugli Stati Uniti tra un paio di decenni, quando le tecnologie rinnovabili saranno plausibilmente molto più competitive in termini di costo. Più che a un aspetto di quantitativo, dunque, mi riferisco a un elemento di efficienza economica degli investimenti effettuati.
      Spero che le mie precisazioni siano state utili!
      Un saluto.

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