Perché è corretto parlare di “interdipendenza” energetica americana

Perché è corretto parlare di "interdipendenza" energetica americanaSegnaliamo un articolo di Massimo Nicolazzi dal titolo Perché è corretto parlare di “interdipendenza” energetica americana, pubblicato su il Foglio.

Con il suo stile inconfondibile, l’autore ci spiega perché il boom dello shale americano lega più strettamente gli Stati Uniti al resto del mercato petrolifero mondiale, anziché renderli più indipendenti.

World Energy Outlook 2017

IEA - World Energy Outlook 2017L’Agenzia internazionale per l’energia ha appena pubblicato l’edizione 2017 del World Energy Outlook, la sua pubblicazione di punta. 783 pagine (a pagamento) destinate come sempre a rappresentare il punto di riferimento per il dibattito in tema di energia a livello globale. Disponibile per tutti, anche una sintesi di 17 pagine in italiano.

Quattro i temi chiave di quest’anno:

  • la rapida diffusione, a costi decrescenti, di tecnologie a basse emissioni;
  • la crescente elettrificazione dei consumi;
  • lo spostamento dell’economia cinese verso un modello orientato al terziario e con un paniere energetico più “pulito”;
  • la resilienza del non convenzionale statunitense anche di fronti a prezzi persistentemente bassi.

Tra i grafici più interessanti, sicuramente quello relativo alla variazione dei consumi di energia primaria tra il 2016 e il 2040 (l’immagine non ha bisogno di particolari commenti…):

Variazione della domanda di energia primaria (2016-2040, New Policies Scenario)

Il prezzo della dipendenza europea dal gas russo

Il prezzo della dipendenza europea dal gas russoSegnaliamo – condividendo in pieno – la conclusione di un articolo di Massimo Nicolazzi dal titolo Il prezzo della dipendenza europea dal gas russo:

La dipendenza è a prezzi di mercato e l’indipendenza è a costo di sussidio. Successivamente può cambiare e toccherà al pubblico realizzare infrastrutture fondamentali per supplire all’incapacità del mercato di pensare sul lungo periodo. Purché il pubblico giustifichi l’aiuto/sussidio con una rigorosa analisi costi/benefici, eviti il ricorso emotivo alla “dipendenza” e non usi il termine “strategico” a contrassegnare tutto ciò per cui non trova giustificazione economica.

Per la lettura integrale dell’articolo, breve e di godibilissima lettura, rimandiamo a Limesonline (dove è disponibile anche per i non abbondati).

FT – E se a comprare Saudi Aramco fosse la Cina?

FT - Will China buy Saudi Aramco?

Nick Butler ha pubblicato questa mattina sul FT un’ipotesi che girava nell’aria da qualche tempo: il fatto che alla storica privatizzazione del 5% di Saudi Aramco, prevista forse già per il 2018, non siano azionisti sulla borsa di Londra o New York, ma il Governo cinese.

L’operazione varrebbe 100 miliardi di dollari secondo i sauditi, tra 44 e 55 secondo il FT. In ogni caso, una cifra ampiamente alla portata della disponibilità liquida di Pechino e del volume di investimenti esteri delle sue aziende, considerando che il flusso di acquisizioni cinesi nel primo semestre è stato pari a 48 miliardi di dollari.

Secondo Butler, l’operazione sarebbe plausibile in quanto la Cina, con una produzione domestica destinata a calare, ha consumi petroliferi destinati a crescere costantemente, soprattutto per quanto riguarda la mobilità: nonostante lo sforzo a favore dell’auto elettrica, nel Paese sono arrivati sulle strade 24 milioni di veicoli nuovi nel solo 2016.

Con 8,4 Mbbbl/g già oggi è il secondo importatore al mondo dopo l’UE (11,5 Mbbl/g) e nel medio periodo diventerà quasi certamente il primo mercato globale, sia per dimensioni sia per volumi importati. Assicurarsi una quota di Saudi Aramco aprirebbe la porta a nuovi accordi bilaterali sino-sauditi, anche nel settore della raffinazione.

Resta tutta da valutare l’accettabilità politica delle conseguenze, sia per i sauditi (che farebbero un deciso passo a est nella ricerca di un nuovo protettore), sia per i cinesi (che si troverebbero invischiati ancora di più nelle dinamiche mediorientali, a dispetto delle loro politiche di basso profilo), sia per gli statunitensi (che si troverebbero sfidati pesantemente nella propria egemonia sul Golfo, con buona pace della dottrina Carter).

Che si tratti di una boutade funzionale alle trattative sulla quotazione (la piazza di Londra sembrava avvantaggiata rispetto a New York, la pubblicazione dell’ipotesi cinese potrebbe suonare da sveglia per l’Amministrazione di Washington) o di un’ipotesi in qualche modo fondata, la centralità del bacino atlantico per il mercato globale è ormai nei libri di storia. Resta da capire se la struttura di mercato globale e le istituzioni internazionali (IEA in primis) saranno in grado di fare posto ai nuovi grandi consumatori (Cina e India) mantenendo l’efficienza e la flessibilità mantenute nei decenni passati.

NATO – Serie sull’energia nei conflitti

Segnaliamo due reports della serie Energy in Conflict, del Centro di Eccellenza NATO sulla Sicurezza energetica.

Energy in Conventional Warfare

Il primo, Energy in Conventional Warfare, ricostruisce il ruolo dell’energia nei conflitti convenzionali, con un excursus storico che parte dai due conflitti mondiali, attraversa la Guerra fredda e giunge fino alle operazioni della Prima guerra del Golfo e ai bombardamenti occidentali in ex-Jugoslavia nel 1999.

Nella serie dei casi analizzati, emerge l’importanza crescente delle fonti energetiche come obiettivo primario delle operazioni belliche e, al contempo, l’inevitabile aumento della precisione e dell’impatto degli attacchi miranti a danneggiare le infrastrutture energetiche più rilevanti.

Energy in Irregular Warfare

Il secondo, Energy in Irregular Warfare, ripercorrere una lunga casistica di attacchi (compiuti o progettati) contro le infrastrutture energetiche, suddividendoli in guerra asimmetrica e guerra non convenzionale.

Nel primo gruppo rientrano gli atti di terrorismo (essenzialmente islamista, nella casistica riportata) e le ribellioni (in Irlanda del Nord, Colombia, Beluchistan, Nigeria). Alla guerra asimmetrica sono invece ricondotti i casi di sabotaggio (sovietico) e quelli di attacco cyber.