Un GR dal futuro – La Turchia e l’approvvigionamento europeo

GR1 - 17/07/2016 - 19:00Forse grazie alle nuove risorse garantite dal canone in bolletta, la Rai manda in onda i GR del futuro. O almeno, così è parso di capire ieri sera.

Con ordine. Fallito golpe in Turchia. Analisi di rito sulle ricadute, con intervista nel corso del GR1 delle 19:00 (minuto 9:53) all’economista Giorgio Barba Navaretti. Preceduto da un’introduzione del giornalista che conduce l’edizione e fa riferimento alla strategicità della Turchia per l’Europa in quanto “corridoio di transito strategico per il gas e il petrolio verso l’Europa”. A rincarare la dose, ci pensa l’intervistatrice.

Letteralmente:

D: “La Turchia è uno degli snodi fondamentali anche per il gas e per il petrolio che arrivano in Europa. Potrebbe esserci un aumento dei prezzi a breve?”

R: “L’incertezza politica anche in questo caso può avere degli effetti sui prezzi. Se ci fossero, spero che siano degli effetti di breve periodo.
Quanto un’effettiva riduzione dei flussi di gas e di petrolio attraverso la Turchia, sono difficilmente ipotizzabili, a meno che non avvengano degli eventi politici davvero devastanti e catastrofici.”

Bene. Quindi, delle due, una: o siamo nel 2016 e il gas importato in UE attraverso la Turchia ammonta a meno di un miliardo di metri cubi (ossia lo 0,15% del gas consumato in UE), oppure ci troviamo nel 2026, quando il Corridoio meridionale del gas – l’insieme di gasdotti che porterà il gas azerbaigiano fino in Puglia, attualmente in costruzione – sarà ultimato. Allora, dovrebbe in ogni caso fornire il 2% di tutto il gas consumato in UE, ma transeat: in quel momento potrebbe perfino avere sul serio delle conseguenze per i prezzi in Sud Europa.

Quanto al petrolio, a onor del vero la Turchia è Paese di transito per l’esportazione di gran parte del petrolio azerbaigiano, per lo più diretto in UE (e soprattutto in Italia). Ma si tratta di quantità assolutamente marginali rispetto al mercato globale: 0,75 milioni di barili al giorno nel primo trimestre 2016, ossia lo 0,7% dei consumi mondiali. Non esattamente un quantitativo in grado di sbilanciare un mercato globale in eccesso strutturale di offerta.

Insomma, la Turchia non è esattamente un Paese-chiave per l’approvvigionamento europeo. Almeno, non oggi. E non fintanto che non sarà realizzato il Corridoio meridionale del gas.

Riserve petrolifere saudite: quanto sono grandi davvero?

Saudi Arabia's oil reserves: how big are they really? - KempSecondo un rapporto recentemente pubblicato da Rystad Energy e ripreso da FT, ci sarebbe più petrolio – contando riserve (provate, probabili e possibili) e giacimenti ancora da scoprire – negli Stati Uniti (264 Gbbl, miliardi di barili) che non in Russia (256) o in Arabia Saudita (212).

Metà delle riserve americane sarebbero formate da petrolio non convenzionale, a riprova dell’importanza dell’innovazione tecnologica nel rendere (economicamente) fattibile anche quanto prima non si considerasse come rilevante. Un qualunque grafico dei prezzi del greggio negli ultimi tre anni rende bene l’idea delle conseguenze, peraltro.

Le graduatorie sono utili a far notizia, ma nella sostanza non cambiano il dato di fatto che un terzo della produzione mondiale di petrolio si concentra in modo più o meno paritetico nei tre grandi produttori. E, date l’ordine di grandezza delle riserve di tutti e tre, è ragionevole immaginare che anche in futuro resteranno i principali produttori.

Parlando di riserve, in realtà, la questione più spinosa resta quella dell’affidabilità del dato relativo alle riserve saudite, come ha messo ben in evidenza John Kemp nel suo commento per Reuters. A partire dal 1982, dopo il completamento della nazionalizzazione di Saudi Aramco (1980), i dati relativi alla produzione e alle riserve campo per campo sono stati segretati e l’unico dato disponibile relativo alle riserve è stato quello ufficiale comunicato dal governo.

Nel corso degli anni ottanta questo dato è rimasto intorno ai 170 Gbbl, per poi passare improvvisamente – e senza spiegazioni dettagliate – a 255 Gbbl nel 1988 e 260 Gbbl nel 1989, restando da lì in avanti sostanzialmente stabili. A fine 2015 il dato era di 267 Gbbl.

Peccato che nel frattempo l’Arabia Saudita abbia prodotto 116 Gbbl, di cui 94 tra il 1989 e il 2015. Il che significa che ogni anno le riserve sono cresciute, di fatto per un aumento delle stime delle riserve nei campi esistenti, visto che grandi scoperte non sono state più fatte dopo il 1970.

La somma della produzione petrolifera e delle riserve provate saudite

L’ampliamento delle riserve, in primo luogo grazie al miglioramento tecnologico, è un dato normalissimo, sia chiaro. Ed è normale che il petrolio prodotto durante la vita utile di un giacimento sia superiore alle stime totali iniziali, anche grazie alla miglior comprensione della conformazione geologica. Quello che però lascia dubbiosi è la perfetta coincidenza numerica con cui le nuove riserve rimpiazzano la produzione.

In vista della maxi-quotazione del 5% di Saudi Aramco (valutata 2 miliardi di dollari), l’aspettativa è quella di una maggiore chiarezza circa le modalità di computo delle riserve: anche se non è chiaro quali saranno i diritti di proprietà dei nuovi soci sulle riserve saudite, almeno gioverebbe sapere a quanto ammontano davvero. E sarebbe un’ottima cosa anche per il resto del mondo, che a prescindere da chi siano gli importatori, da una maggiore trasparenza ha tutto da guadagnare.

Focus trimestrale sicurezza energetica – Q3 e Q4 2015

Focus trimestrale sicurezza energetica – Q3 e Q4 2015È stato reso pubblico il focus sulla sicurezza energetica relativo al terzo e quarto trimestre del 2015, realizzato per l’Osservatorio di Politica Internazionale (Senato, Camera e MAE).

Dopo un’introduzione dedicata all’analisi del contesto internazionale (inclusa la questione iraniana), il capitolo primo del Focus è dedicato all’analisi dei consumi energetici, con particolare attenzione al gas naturale e al suo approvvigionamento. Questi due capitoli sono realizzati dal sottoscritto.

Il capitolo secondo è invece dedicato all’offerta e, nello specifico, alle politiche dei Paesi produttori di gas naturale e dei Paesi di transito dei gasdotti attualmente in funzione o in fase di progettazione/realizzazione. Ai recenti sviluppi del sistema di infrastrutture di trasporto e alle prospettive di realizzazione di nuovi progetti è poi dedicato il capitolo terzo. Questi due capitoli sono realizzati da Carlo Frappi.

Sono presenti infine un approfondimento di Filippo Clô dedicato alle dinamiche della crisi petrolifera e un approfondimento di Chiara Proietti Silvestri dedicato all’Egitto e agli equilibri energetici nel Mediterraneo orientale.

Le 10 compagnie petrolifere più grandi al mondo

EI - 2015 Petroleum Intelligence Weekly Top 10Energy Intelligence – editore del Petroleum Intelligence Weekly – ha pubblicato l’edizione 2015 della consueta classifica delle 50 compagnie petrolifere più grandi al mondo. La classifica si basa su sei criteri: produzione di petrolio e di gas, riserve di petrolio e di gas, vendite di prodotti e capacità di raffinazione.

Online è possibile visualizzare le prime 10 posizioni. Come negli ultimi 26 anni, al primo posto si trova Saudi Aramco. Uguali all’anno scorso anche le posizioni dalla seconda alla settima: nell’ordine, l’iraniana NIOC, la cinese CNPC, la statunitense ExxonMobil, la venezuelana PDVSA, l’anglo-olandese Royal Dutch Shell e la britannica BP. In ottava posizione, la russa Rosneft scavalca la connazionale Gazprom, mentre la francese Total rientra nella top-ten, scalzando la statunitense Chevron.

INFOGRAFICA – Iran e Arabia Saudita a confronto

Iran e Arabia Saudita a confronto

Nota metodologica: la popolazione e il prodotto interno lordo sono riferiti al 2015 (fonte: IMF); il controvalore delle esportazioni petrolifere è riferito al 2014 (fonte: UNCTAD); la spesa militare è riferita al 2014 (fonte: CRS per l’Iran, SIPRI per l’Arabia Saudita); la produzione petroliera è riferita a dicembre 2015 (fonte: MEES, V59N01); le riserve petrolifere, la produzione di gas e le riserve di gas sono riferite al 2014 (fonte: BP).

I Paesi OPEC e l’altalena della rendite da esportazione

prezzi del greggio stanno facendo registrare in questi giorni continui record negativi, dovuti a un eccesso di offerta sui mercati internazionali e al rafforzamento del dollaro. Dopo anni di quotazioni sopra quota cento e la forte discesa iniziata a metà dell’anno scorso, i prezzi sotto quota 40 dollari stanno colpendo duro le economie dei Paesi esportatori di petrolio.

Il dato è particolarmente evidente guardando ai Paesi OPEC. Secondo quanto riportato da MEES, tra il 2013 e il 2015 il valore totale delle rendite annue da esportazione dei Paesi del cartello si è ridotto di 598 miliardi di dollari, più che dimezzandosi. E le attese per il 2016 sono di un’ulteriore contrazione di 118 miliardi.

Il controvalore delle rendite da esportazione petrolifera

Il peso della riduzione delle rendite si può apprezzare meglio se valutato in rapporto al valore complessivo del PIL.

L’incidenza delle rendite da esportazione petrolifera sul PIL
Per il momento i Paesi OPEC mediorientali hanno risorse sufficienti a reggere il contraccolpo, ma senza un ritorno in tempi non troppo lunghi a livelli di prezzo più alti la necessità di tagliare la spesa pubblica potrebbe diventare un problema vitale per tutti gli stati della Penisola araba.