L’evoluzione dell’interdipendenza russo-europea

Nel complesso, l’interdipendenza tra gli Stati europei e la Federazione Russa sembra destinata a permanere anche nel futuro, creando una struttura di incentivi molto favorevole alla cooperazione, sia sul piano economico sia su quello politico. In questo quadro si inscrivono gli effetti di altre tendenze in atto nei mercati mondiali dell’energia: in particolare, la progressiva affermazione di fonti energetiche alternative agli idrocarburi e l’esplosione della domanda energetica cinese.

L’affermasi delle fonti rinnovabili potrebbe consentire nel lungo periodo una differenziazione dei panieri energetici europei e una riduzione del livello di dipendenza dalle importazioni, anche russe. L’aumento della domanda energetica cinese consentirà invece una differenziazione dei mercati finali per gli idrocarburi russi, riducendo il peso relativo delle vendite sui mercati europei. Complessivamente, dunque, la tendenza potrebbe essere quella di un allentamento dell’interdipendenza energetica russo-europea.

L’effetto combinato del mantenimento dell’interdipendenza e al contempo un suo allentamento a causa dell’evoluzione del contesto sarebbe una relativa attenuazione della dimensione di sicurezza legata in particolare agli approvvigionamenti europei di gas naturale russo. Questo potrebbe favorire un ulteriore sviluppo dell’aspetto economico della cooperazione, soprattutto per quanto concerne gli investimenti.

 

Unione Europea - Federazione Russada Matteo Verda, Sicurezza energetica e politica estera. L’esperienza europea nel post-Guerra Fredda (2012, in pubblicazione)

Consumi di gas europei e nuove infrastrutture

Le infrastrutture di importazione di gas naturale in EuropaNord Stream II: 27,5 miliardi di metri cubi (Gmc). South Stream: 60 Gmc. Nabucco: 30 Gmc. Galsi: 8 Gmc. TAP: 10 Gmc. Rigassificatori: diverse decine di Gmc. I progetti di infrastrutture fioriscono, ma altrettanto non si può dire dei consumi di gas: secondo i dati Eurogas, l’associazione delle imprese europee del settore, i consumi europei continuano la loro altalena. 517 Gmc nel 2008, quando la crisi iniziava a fare capolino, 487 Gmc nell’anno orribile 2009, 522 Gmc nel 2010, quando si osava pensare che forse il peggio fosse passato, per poi tornare giù fino a 495 Gmc nel 2011.

Non il contesto ideale in cui realizzare infrastrutture che costano alcuni miliardi di euro, tra l’altro in gran parte da prendere a prestito, in un momento non certo felice per i mercati del credito.  Tra gli addetti ai lavori, si è diffusa la consapevolezza che all’odore del gas spesso si è sostituito quello della naftalina, almeno fintanto che la situazione economica non tornerà ad essere prevedibile e almeno moderatamente positiva.

In questo contesto, fare previsioni diventa un’arte più difficile del solito: secondo lo scenario di riferimento IEA, i consumi europei al 2020 dovrebbero arrivare a 547 Gmc. Considerando il calo della produzione interna (da 188 a 155 Gmc, con un mancato boom del non-convenzionale europeo), la necessità di importazioni arriverebbe a 393 Gmc, ossia 52 più del 2010.

Nel frattempo, le infrastrutture che erano partite in tempi migliori, come il Nord Stream I e Medgaz, sono state concluse per forza di cose: da quei 52 andrebbero dunque tolti rispettivamente 27,5 e 8 Gmc. Resterebbero dunque 16,5 Gmc di nuova necessità di importazione da soddisfare di qui al 2020: tanti quanti un gasdotto (TAP o chi per esso) in arrivo dall’Azerbaigian e un po’ di nuova capacità di rigassificazione.

Con buona pace degli altri. Nabucco di naftalina puzzava già da un po’, ammesso che importare il gas iraniano sia mai stata un’idea vagamente fattibile. Per quanto riguarda i gasdotti dalla Russia, è possibile che Gazprom spinga per realizzare in ogni caso entro il decennio il Nord Stream II, ma è difficile immaginare che ci possa essere posto di qui al 2020 anche per altri 60 Gmc di South Stream. E questo senza considerare la questione degli investimenti necessari a garantire la relativa capacità di upstream.

In un contesto economico-finanziario particolarmente movimentato, è quindi probabile che sul fronte del gas per qualche anno di movimenti se ne vedano relativamente pochi, almeno per progetti a breve scadenza.

Della (ipotetica) minaccia russa

GazpromSembra non passare mese senza che qualcuno lanci un allarme sulla morsa di Gazprom e della Russia sull’Europa. L’ultimo in ordine di tempo è Pietro Briggi su Meridiani, ma credo non mancheranno nuove voci nel coro.

Senza dubbio, le forniture russe sono indispensabili per l’Europa e per l’Italia. Ma chi parla di rischi concreti per i Paesi dell’Europa occidentale, dovrebbe prima confrontarsi con due punti non trascurabili. Il primo è che il gas russo rappresenta poco più del 20% dei consumi europei: anche se per alcuni Paesi dell’Est le alternative sono poche, nel caso dei grandi consumatori siamo ben lontani da una situazione di drammatica dipendenza (il dato per l’Italia nel 2011 è stato 34%).

E questo senza considerare che la capacità di importazione europea – e italiana – è sottoutilizzata, tanto che sfruttando le infrastrutture esistenti e collegando le reti nazionali in modo efficace sarebbe in linea teorica possibile fare del tutto a meno delle forniture russe. Almeno secondo  quanto dichiarato da Leonardo Bellodi di Eni di fronte alla 10a Commissione del Senato.

Un secondo punto con cui devono misurarsi i catastrofisti anti-russi è ancor più elementare: perché mai la Russia dovrebbe interrompere le forniture verso l’Europa? Al massimo può provarci l’Ucraina, per qualche giorno e solo per ricattare Mosca. Ma nulla più: e per questo basta lo stoccaggio, che peraltro Gazprom sarebbe ben contenta di finanziare anche in territorio europeo.

La Russia ha infatti nei mercati europei la sua prima destinazione di esportazione di combustibili fossili: su 255 miliardi di proventi, 156 sono arrivati dall’UE, tra cui la gran parte dei 43 totali relativi al gas naturale (dati del World Energy Outlook 20011 della IEA, riferiti al 2010). Difficilmente si possono immaginare ragioni per cui la Russia potrebbe dimostrarsi un fornitore inaffidabile e mettere a rischio questo flusso di cassa, che peraltro corrisponde a un quinto del PIL e due terzi delle esportazioni.

Oserei dire che c’è molto da pensare, per gli anti-russi per partito preso. Questo non significa che non ci sia bisogno di diversificazione dei fornitori, oltre che delle rotte (con buona pace dei tedeschi): ma questo è un altro discorso, a cui l’allarmismo fa più danni che servigi, confondendo le acque.

Venendo alle questioni più direttamente di casa nostra, anche nell’intricata vicenda Eni/Snam RG si profila all’orizzonte il rischio russo, anche se come pura ipotesi (plausibilmente senza prospettive reali: ma gli sparacchi servono a questo, no?). A parlarne è Alessandro Plateroti in un ottimo pezzo sul Sole24Ore di ieri, che torna molto più realisticamente a ventilare l’ipotesi di una super-Terna (in mano a CDP), regina europea delle reti. A Passera piacendo, sarebbe un’ottima idea. Aspettiamo fiduciosi gli sviluppi.

I prezzi dell’energia

Prezzi dell'energia per gli utenti domestici in UE  (Enerdata)Secondo il nuovo report Enerdata, l’aumento del costo dell’energia per gli utenti finali non è un problema solo italiano.

Dal 2000, il costo del gas e dei derivati del petrolio per le famiglie europee è aumentato in media del 40%, quello dell’elettricità del 20% e quello del carbone del 50%. La “buona notizia” è che si tratta solo di una frazione del parallelo aumento delle materie prime sui mercati internazionali: il prezzo del gas è infatti raddoppiato, quello petrolio quadruplicato e quello del carbone triplicato. Insomma, poteva andare peggio.