Analisi trimestrale del sistema energetico italiano

eneaSegnalo che l’Enea ha pubblicato il numero zero della propria Analisi trimestrale del sistema energetico italiano. Il lavoro è strutturato in sei capitoli:

  • il capitolo 1, che presenta  Indice Sintetico della Transizione Energetica, che condensa le elaborazioni dei dati riguardanti i tre aspetti del trilemma energetico (decarbonizzazione, sicurezza energetica e costo dell’energia);
  • il capitolo 2, che analizza l’andamento consumi di energia;
  • il capitolo 3, che è dedicato al tema della decarbonizzazione del sistema energetico;
  • il capitolo 4, che affronta la questione della sicurezza energetica, soprattutto con riferimento a petrolio e raffinazione, gas naturale e sistema elettrico;
  • il capitolo 5, che rappresenta un’ analisi dei costi dell’energia;
  • il capitolo 6, che fornisce una misura della trattazione delle tematiche legate all’energia nella stampa.

Il lavoro è curato, metodologicamente rigoroso e utile come strumento di comprensione degli andamenti del settore energetico in Italia. L’auspicio è che diventi una pubblicazione regolare e stabile nel tempo.

BP Statistical Review 2016

bpSegnalo la pubblicazione dell’edizione 2016 del BP Statistical Review of World Energy, una delle più complete e autorevoli raccolte di dati sul mondo dell’energia.

Nel 2015, i consumi mondiali di energia primaria – ossia da tutte le fonti sommate – sono arrivati a 13.147 Mtoe (+1% rispetto al 2014). La Cina si conferma il primo consumatore (3.014 Mtoe, +1,5%), seguita dagli Stati Uniti (2.281 Mtoe, -0,6%), dall’UE (1.631 Mtoe, +1,6%), dall’India (701 Mtoe, +5,2%), Russia (667 Mtoe, -3,3%) e Giappone (448 Mtoe, -1,2%).

Per quanto riguarda le fonti, il petrolio si conferma la principale (4.331 Mtoe, +1,9%), seguita dal carbone (3.840 Mtoe, -1,8%), dal gas naturale (3.135 Mtoe, +1,7%), dalle rinnovabili (1.258 Mtoe, +4,7%) e dal nucleare (583 Mtoe, +1,3%).

Taggato

La fine delle fonti fossili?

The future of fossil fuels—is it the end?Segnalo un articolo di Dieter Helm dal titolo The future of fossil fuels – is it the end?, pubblicato sul secondo numero del 2016 dell’Oxford Review of Economic Policy.

L’autore parte della constatazione che l’attuale congiuntura energetica è dominata da un eccesso strutturale di offerta di combustibili fossili, una tesi già ampiamente discussa negli ultimi due anni.

A corollario, Helm – nel riprendere la tesi già avanzata da Massimo Nicolazzi nel rapporto annuale dell’ISPI – elenca una serie di ragioni per cui diversi fattori concorrono a rendere un eventuale fase di rialzo dei prezzi del greggio più contenuta e posticipata nel tempo, a differenza di quanto avviene normalmente coi cicli delle materie prime. Nell’ipotesi più estrema, potremmo essere entrati in una fase di superamento del ciclo del petrolio, con una lunga coda di prezzi meno variabili che accompagni l’uscita delle fonti fossili dal paniere energetico mondiale.

Quattro, in particolare, sono le ragioni indicate da Helm. La prima, è che le riserve non-convenzionali di idrocarburi hanno cambiato gli equilibri dell’offerta: anche se a prezzi bassi molti giacimenti non sono sfruttati, basta un rialzo modesto del prezzo per rendere economicamente vantaggioso riprendere o iniziare ex novo la produzione. Visto che i tempi di messa in produzione del non-convenzionale (in particolare, tight e shale) sono relativamente rapidi (trimestri anziché anni), l’effetto è quello di un meccanismo anticiclico automatico.

La seconda ragione è che, nell’ultimo decennio, quasi tutti i governi dei Paesi esportatori convenzionali hanno sviluppato una  forte dipendenza da alti flussi di cassa e dunque hanno un incentivo a mantenere o accrescere i volumi di produzione.

La terza ragione è che le politiche di decarbonizzazione stanno subendo un’accelerazione in tutto il mondo e meccanismi come la cabon tax spingeranno progressivamente fuori dal mercato le fonti fossili.

La quarta ragione sono le attuali e future tendenze tecnologiche, a cominciare da quelle sul lato della domanda finale, che si fa sempre più centrata sull’elettricità: la diffusione delle ICT, l’elettrificazione dei trasporti, i nuovi materiali come il grafene, la robotica, la stampa 3D, l’Internet delle cose sono tutti fenomeni che puntano verso un’aumento del peso del vettore elettrico, quello nel quale le rinnovabili hanno il maggiore potenziale.

Per quanto riguarda il lato della crescente offerta elettrica che queste tendenze implicano, Helm scommette sul solare, che vede a oggi come unica pontenziale alternativa alle fonti fossili, per diverse ragioni. In primo luogo, perché abbondante e gratuito. Inoltre, perché esistono ampi margini di miglioramento del rendimento grazie allo sfruttamento dello spettro luminoso ad oggi non utilizzato e grazie all’impiego di grafene e nano-tecnologie.

Infine, Helm scommette sul solare perché è decentralizzato e distribuito e offre quindi un modello di offerta più vicino ai modelli di consumo che si fanno affermando in conseguenza delle evoluzioni della domanda finale (incluso il concetto di costo marginale zero, ossia del fatto che si paga per essere allacciati, non in base al consumo).

Un ulteriore vantaggio potrebbe essere offerto dai miglioramenti nelle tecnologie di trasporto della corrente elettrica sulle lunghe distanze, per sfruttare le aree con più irraggiamento e meno abitate, e nelle tecnologie di accumulo, per superare in modo definitivo i problemi connessi alla discontinuità dell’insolazione e per accentuare le possibilità di far coincidere in misura crescente luogo di produzione e di consumo.

La conclusione di Helm riecheggia una vecchia battuta: l’Età della pietra non è finita per mancanza di pietre, e l’Età del petrolio finirà molto prima che il mondo finisca il petrolio. Tra i vari, immancabili consigli che l’autore formula in chiusura per i decisori politici, senza dubbio quello che vale la pena di tenere meglio a mente è di investire in ricerca e sviluppo anziché in sussidi.

Certo, suona banale nell’età della competizione globale basata sulla conoscenza, ma immaginiamo di poter destinare solo in Italia quasi 12 miliardi all’anno in ricerca scientifica anziché in sussidi a pannelli e pale eoliche…

Il mercato europeo, tra Gazprom e la bolla del GNL

Gazprom – Is 2016 the Year for a Change of Pricing Strategy in Europe?Segnalo un interessante paper di James Henderson (OIES) dal titolo Gazprom – Is 2016 the Year for a Change of Pricing Strategy in Europe?. Il lavoro ricostruisce la situazione dell’esportatore russo sul mercato europeo, esposto alle pressioni concorrenziali del GNL statunitense, di cui proprio la settimana scorsa sono iniziate le esportazioni da Sabine Pass.
Il sito di liquefazione è gestito da Cheniere Energy, che si appresta a diventare un attore di primo piano a livello globale nel giro di qualche anno, quando tutti i terminali di Sabine Pass e Corpus Christi saranno pienamente operativi.

I mercato globale del GNL si sta così avviando verso un netto aumento dell’offerta, proprio mentre la domanda asiatica comincia a vacillare. Il risultato potrebbe essere un eccesso strutturale di offerta, di cui farebbero le spese soprattutto gli esportatori di GNL coi più alti costi di produzione, in primo luogo quelli australiani.

Cheniere Competitive Advantage: Low Cost (©Cheniere)

La concorrenza è soprattutto tra produttori di GNL, perché sui mercati finali la competizione tra metaniere e tubi è limitata dalla poca diversificazione dell’approvvigionamento dei singoli mercati finali. In altre parole, chi ha più capacità di rigassificazione – come Giappone e Corea del Sud – non ha tubi, mentre chi ha tanta capacità via gasdotto – come la Germania o l’Italia – ha pochi o nessun terminale di liquefazione. Sviluppare capacità in eccesso e tecnologicamente diversificata non sempre, infatti, è fattibile oppure economicamente sensato.

Una parziale eccezione è rappresentata da Cina e UE nel suo insieme, ma entrambe le economie devono ancora sviluppare un adeguato livello di interconnessioni tra diverse aree di consumo, in modo da mettere in concorrenza tra loro i diversi fornitori e le diverse modalità di trasporto.

Per quanto riguarda in particolare l’UE, lo sviluppo della capacità di trasporto interna e la conseguente competizione metterebbero sotto pressione Gazprom, ma non ne segnerebbero necessariamente il declino come fornitore europeo. Secondo Henderson, infatti, sebbene il gas statunitense abbia quotazioni molto basse sul mercato interno, una volta aggiunti i costi di sviluppo infrastrutturale e di esportazione fino al mercato europeo il gas russo ha costi più bassi e può competere sul prezzo. Determinanti, per Gazprom, gli investimenti effettuati nel decennio scorso e la svalutazione del rublo.

Cost of Russian Gas vs US LNG (©OIES)

Per Gazprom, in ogni caso, si tratta di affrontare profondi cambiamenti nelle modalità di commercializzazione, passando dai contratti di lungo periodo a una partecipazione alle dinamiche di scambio presso gli hub. Un percorso che l’impresa russa sembra aver già peraltro timidamente intrapreso: i prossimi due anni saranno cruciali per comprendere quanto sia ampia la sua capacità di adattamento.

Intanto, appare evidente che in ogni caso il vero vincitore della partita saranno i consumatori europei, che grazie alla competizione tra fornitori potranno importare energia a più basso costo, russa o statunitense che sia. Resta da vedere se saranno in grado di approfittarne.

INFOGRAFICA – Iran e Arabia Saudita a confronto

Iran e Arabia Saudita a confronto

Nota metodologica: la popolazione e il prodotto interno lordo sono riferiti al 2015 (fonte: IMF); il controvalore delle esportazioni petrolifere è riferito al 2014 (fonte: UNCTAD); la spesa militare è riferita al 2014 (fonte: CRS per l’Iran, SIPRI per l’Arabia Saudita); la produzione petroliera è riferita a dicembre 2015 (fonte: MEES, V59N01); le riserve petrolifere, la produzione di gas e le riserve di gas sono riferite al 2014 (fonte: BP).