Perché l’insicurezza energetica è destinata rimanere

Segnaliamo un interessante articolo dell’Economist dal titolo Why energy insecurity is here to stay.

La guerra in Ucraina, facendo da vero e proprio catalizzatore, ha fatto emergere una tensione di fondo nella questione della sicurezza energetica dei Paesi industrializzati: da un lato, la decarbonizzazione dei sistemi energetici promette di far venir meno l’instabilità connessa alla dipendenza dalle fonti fossili prodotte in aree instabili del Pianeta. Dall’altro lato, tuttavia, la tempistica inevitabilmente decennale della transizione implica la centralità di quelle stesse fonti fossili per gli anni a venire, in un quadro in cui, però, le aziende occidentali stanno riducendo gli investimenti a fronte dei vincoli ambientali e l’offerta appare destinata a concentrarsi in pochi produttori (mediorientali e russi) a basso costo.

Il quadro è ulteriormente complicato dal fatto che, anche a transizione compiuta, i sistemi energetici occidentali appaiono destinati ad essere tutt’altro che al sicuro dalla geopolitica. Il trend generale verso l’elettrificazione che accompagna la transizione implica un cambiamento di materie prime rilevanti per la sicurezza energetica, non un affrancamento dall’utilizzo di materie prime.

In altre parole, alla dipendenza dagli idrocarburi sarà in misura crescente sostituita una dipendenza da altre materie prime (rame, litio, nichel) che, per ragioni geologiche e ambientali, sono prodotte poco o nulla in Europa. I Paesi produttori – esattamente come accadde nel secolo scorso con petrolio e gas – si troveranno inondati di investimenti e di rendite. Se l’Australia appare tutto sommato istituzionalmente ed economica preparata al futuro, lo stesso potrebbe non valere per altri produttori (Congo, Guinea, Mongolia, Nuova Caledonia, Pakistan, per citarne alcuni).

Le risposte possibili sono molte e, verosimilmente, occorrerà fare ricorso a tutti gli strumenti. La diversificazione dei fornitori è sicuramente il primo: la storia insegna che moltiplicare il numero di produttori è l’unico modo per evitare di dipendere da uno. Se poi alla relazione economica si abbina un sostegno istituzionale per consentire agli esportatori di svilupparsi senza cadere nella nota trappola della maledizione delle risorse, anche meglio.

L’altro grande strumento è la tecnologia. La priorità potrebbe essere quella di sviluppare sia filiere energetiche (come nel caso della rinascita dei programmi nucleari, al momento avviata da Francia e Regno Unito) che promettono maggiore autonomia e sicurezza, sia soluzioni tecnologiche in snodi critici della filiera elettrica (come le batterie) sempre più autonome da soggetti, come quelli basati in Cina, che potrebbero farne un uso politico in danno dell’Occidente.

Ancora una volta, dinamiche complesse che si sommano: l’insicurezza energetica è destinata a rimanere, meglio farsi trovare preparati.

Le incognite sul futuro dell’offerta di gas

La diversificazione dell’approvvigionamento di gas europeo rispetto alle forniture russe può essere attuata, inevitabilmente, solo facendo ricorso a una pluralità di produttori e di canali di approvvigionamento, con tempistiche diverse.

Tralasciando per un momento la questione dello sviluppo infrastrutturale necessario a garantire che i flussi di gas possano entrare sulla rete europea e raggiungere tutti i centri di consumo, resta il problema che i produttori siano effettivamente in grado, soprattutto in tempi rapidi, di mettere a disposizione nuova produzione, che peraltro – come insegna il caso australiano – deve anche fare i conti con la possibile competizione tra consumi interni dei Paesi produttori ed esportazioni.

Che si tratti di Norvegia, Algeria, Egitto, Libia, tutti gli attuali fornitori dell’UE daranno il loro contributo, ma l’entità, la tempistica e le modalità di finanziamento (la variabile indipendente più delicata) con cui ciò avverrà sono tutte da definire. Ad aggiungere ulteriore complicazione, resta da capire quanto le interlocuzioni coi diversi Paesi esportatori avverranno con i singoli Paesi UE e quanto, invece, direttamente con la Commissione, forte di un eventuale mandato unico.

Le 20 compagnie petrolifere più performanti al mondo – 2021

Platts (ora nota come S&P Global Commodity) ha pubblicato l’edizione 2021 del Top 250 Global Energy Ranking. Si tratta di una classifica delle società energetiche che include operatori oil&gas, utilities, raffinatori, produttori di carbone, provenienti dalle tre macroregioni del mercato globale: Americhe, Europa-Africa-Medio Oriente, Asia.

La classifica è basata su quattro metriche (attivi patrimoniali, ricavi, profitti, ritorno sul capitale investito), secondo una metodologia specifica di Platts.

Qui sotto è riportata la classifica delle società a cui comunemente si pensa parlando di compagnie petrolifere (tecnicamente, “integrated oil&gas”):

S&P Global Commodity Insights Top 250 Global Energy Company Rankings - Integrated oil&gas companies (2021)

IEA – Global Energy Review 2020

IEA - Global Energy Review 2020L’International Energy Agency ha pubblicato l’edizione 2020 del Global Energy Review, che fa il punto sull’impatto del Covid-19 sulla domanda di energia globale.

Tra le previsioni dell’Agenzia più significative per l’anno in corso, quelle relative alla contrazione della domanda su base annua:

  • per quanto riguarda le fonti primarie, -9% per il petrolio (ossia, 9 Mbbl/g, poco meno dell’intera produzione saudita, o di quella di Iran, Iraq e Kuwait messi insieme) e -8% per il carbone;

  • per quanto riguarda i vettori, -5% per l’elettricità (con effetti quasi nulli sull’offerta sussidiata di rinnovabili, ma con pesanti ripercussioni su fossili e nucleare).