Turchia: esploso l’oleodotto dall’Iraq

L'oleodotto Iraq-Turchia attaccato A due giorni dall’attacco che ha distrutto un segmento del gasdotto di importazione dall’Iran, ieri un’esplosione ha interrotto l’oleodotto che dal Kurdistan iracheno arriva fino al terminale turco di Ceyhan, sul Mediterraneo orientale. L’esplosione è avvenuta nel distretto di Cizre, a 18 km dal confine con l’Iraq.

L’oleodotto nei mesi scorsi trasportava in media 600.000 bbl/g, dopo che il governo regionale curdo di Erbil era giunto a un accordo sulla divisione dei proventi delle esportazioni, necessari peraltro anche per finanziare le truppe curde al fronte con l’ISIS. Al momento dell’esplosione l’oleodotto stava funzionando a regime ridotto, secondo quanto riportato, a causa di un tentativo di furto che sarebbe accaduto nella giornata di lunedì.

Oltre al gasdotto e all’oleodotto, nel weekend era stata attaccata anche una linea di trasmissione elettrica, mettendo in evidenza l’importanza delle infrastrutture energetiche come bersagli di questa fase dell’escalation tra il governo turco e le forze curde, capillarmente presenti nell’area.

Turchia: esploso il gasdotto dall’Iran

Si alza la tensione in Turchia e le infrastrutture energetiche del Paese diventano bersaglio di attacchi esplosivi. Dopo l’avvio dei bombardamenti turchi contro le posizioni del PKK, condotti in parallelo agli attacchi all’ISIS, le forze armate curde hanno reagito facendo saltare ieri il gasdotto di importazione del gas iraniano in Turchia.

Turchia: il tratto di gasdotto saltato

L’Iran è il secondo fornitore di gas della Turchia, dopo la Russia, e tutti i flussi dipendono dal transito attraverso le aree orientali del Paese, dove la presenza e la capacità operativa curda sono più forti. Già in passato i gasdotti nell’area sono stati fatti saltare più volte, l’ultima su vasta scala nel 2012.

L'approvvigionamento di gas della Turchia (2014)

L’attacco di ieri non ha posto problemi di forniture ai clienti finali, perché durante la stagione estiva i consumi sono più bassi e perché le forniture russe e azerbaigiane consentono di compensare, in caso di necessità. Tuttavia l’episodio ha messo ancora una volta in evidenza la vulnerabilità del sistema turco, di fatto totalmente dipendente dalle importazioni e caratterizzato da consumi in crescita nel lungo periodo.

Una vulnerabilità che apre a due riflessioni: Gazprom si conferma ancora una volta il fornitore di ultima istanza, chiamato a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento quando i clienti europei e turchi ne hanno bisogno, sia che si tratti di instabilità delle forniture nordafricane o mediorientali, sia che si tratti di picchi invernali di freddo. A prescindere dal fatto che in questa circostanza siano aumentate o meno le richieste di gas russo, il polmone dell’approvvigionamento europeo resta la Russia, rete ucraina permettendo.

La seconda riflessione riguarda il gas iraniano: per quanto la coalizione internazionale – Iran incluso – possa sconfiggere militarmente l’ISIS, l’Iraq settentrionale e le aree circostanti sembrano destinati a rimanere fortemente instabili per parecchio tempo a venire. Ne consegue che l’ipotesi di esportare il gas iraniano in Europa via tubo nel corso del prossimo decennio resta un’ipotesi molto improbabile. Più probabile invece che, quando si troveranno i finanziamenti, le eventuali esportazioni di gas iraniano avvengano via tubo verso oriente o via GNL, limitando i rischi per la sicurezza delle esportazioni. Con buona pace del governo turco.

Focus trimestrale sicurezza energetica – Q1 2015

Focus 2015Q1È stato reso pubblico il focus sulla sicurezza energetica relativo al primo trimestre del 2015, realizzato per l’Osservatorio di Politica Internazionale (Senato, Camera e MAE).

Dopo un’introduzione dedicata all’analisi del contesto internazionale (inclusa la questione iraniana), il capitolo primo del Focus è dedicato all’analisi dei consumi energetici, con particolare attenzione al gas naturale e al suo approvvigionamento. Questi due capitoli sono realizzati dal sottoscritto.

Il capitolo secondo è invece dedicato all’offerta e, nello specifico, alle politiche dei Paesi produttori di gas naturale e dei Paesi di transito dei gasdotti attualmente in funzione o in fase di progettazione/realizzazione. Ai recenti sviluppi del sistema di infrastrutture di trasporto e alle prospettive di realizzazione di nuovi progetti è poi dedicato il capitolo terzo. Questi due capitoli sono realizzati da Carlo Frappi.

Infine è presente un approfondimento dedicato alle infrastrutture di interconnessione nel nuovo panorama energetico europeo, realizzato da Lorenzo Colantoni.

Gazprom rescinde i contratti di Saipem per Turkish Stream

Bloomberg - Saipem Lost Gazprom Contract on Black Sea Link Over DisputesGazprom ha comunicato di aver rescisso i contratti con Saipem per la costruzione della prima linea del gasdotto Turkish Stream. L’annuncio è arrivato ieri sera, dopo che lunedì era già trapelata una prima indiscrezione circa il blocco dei contratti di fornitura di una parte dei tubi necessari alla costruzione del gasdotto.

Il contratto di Saipem ha una valore di due miliardi di euro e ha visto il coinvolgimento di due posatubi della flotta, Castoro Sei e Saipem 7000, attualmente ancora dislocate nel Mar Nero. Originariamente destinate a costruire la prima linea di South Stream e dopo la cancellazione del progetto sarebbero rimaste nell’area a disposizione di Gazprom (a fronte di un pagamento da 25 milioni di euro al mese). Nei giorni scorsi, Castoro Sei si è recata in prossimità del porto di Anapa, sulle coste russe (da dove dovrebbe partire il nuovo gasdotto diretto in Turchia), lasciando presagire un imminente avvio dei lavori.

Gazprom ha dichiarato di essere alla ricerca di un’altra compagnia per effettuare il lavoro di posa, confermando di voler continuare la costruzione. La prospettiva di un rinvio della costruzione a quest’autunno (nella migliore delle ipotesi) era stata ventilata nei giorni scorsi e appare così confermata.

A pesare sulla tempistica della costruzione del Turkish Stream è stato il fatto che il governo russo e quello turco non siano ancora riusciti a trovare un’intesa sullo sconto da applicare alle forniture dirette a BOTAS, la compagnia statale di Ankara. La prima linea del gasdotto dovrebbe infatti interamente servire il mercato turco e la costruzione non può partire fintanto che non si è giunti a un’intesa definitiva sul prezzo delle forniture.

Difficile dire in questa fase se la comunicazione a Saipem faccia parte di una strategia di Gazprom volta a rafforzare la propria posizione negoziale nei confronti dei clienti turchi e dei fornitori (Saipem inclusa, anche se l’ipotesi appare al momento remota), oppure si tratti di un cambio di strategia russo, volto a rafforzare i legami con la Germania attribuendo la priorità al progetto Nord Stream II a scapito di quello Turkish Stream. L’unica cosa certa è che la risposta alla domanda sta per iniziare la posa? è no, almeno per il momento.

Per quanto riguarda gli approvvigionamenti italiani, se la decisione fosse il preludio di un cambio di fornitore, non avrebbe alcun effetto. Ci riguarderebbe, invece, come azionisti di Eni e quindi di Saipem, ma non si tratterebbe più di una questione energetica.

Se la decisione fosse invece il preludio della scelta di non costruire nel medio periodo (5 anni) un nuovo gasdotto sotto il Mar Nero, la questione rilevante per l’Italia sarebbe quella di garantire la stabilità dei flussi in arrivo dalla Russia anche dopo la scadenza dei contratti per il transito in Ucraina (2019). Le opzioni sarebbero due: rinnovare i contratti per le infrastrutture esistenti, che richiederebbero investimenti per l’ammodernamento ma consentirebbero di far leva sulla debolezza negoziale ucraina, indebitata e dipendente dai finanziamenti occidentali.

Oppure utilizzare la Germania e l’Austria come Paesi di transito fino al Tarvisio, dopo aver aumentato la capacità in arrivo via Nord Stream (e aver consacrato definitivamente il ruolo della rete tedesca come perno di tutto il sistema europeo). A questo punto però si porre la questione dell’adeguatezza del sistema produttivo e di trasporto russo a convogliare i volumi sufficienti al punto di partenza del Nord Stream. Scelta tecnicamente fattibile, ma finanziariamente impegnativa, anche considerando che parte degli investimenti sul Corridoio meridionale (quello destinato a fornire il Turkish Stream) sono già stati effettuati.

Insomma, la questione si complica ulteriormente. E su questo fronte, i russi sono maestri.


Aggiornamento: sulla questione, segnalo un interessante articolo di Sissi Bellomo sul Sole24Ore.

Turkish Stream: sta per iniziare la posa?

Dopo mesi di stasi, qualcosa si muove nel Mar Nero. Secondo quanto riportato da MarineTraffic, la nave posatubi di Saipem Castoro Sei si è messa in navigazione, lasciando le acque del porto di Burgas, dove si trovava dall’anno scorso.

MarineTraffic - Castoro SeiSi trova invece ancora ferma nelle acque del porto di Burgas un’altra nave posatubi, la Saipem 7000.

MarineTraffic - Saipem 7000

La Castoro Sei era stata in passato impegnata nella posa del Nord Stream, mentre la Saipem 7000 era stata impegnata nella costruzione di Blue Stream. Le due navi erano state destinate da Saipem alla realizzazione della prima linea del South Stream, in base al contratto da 2 miliardi di euro (più uno da 400 per la seconda linea) siglato con il consorzio e poi congelato a causa della cancellazione del progetto.

Dopo la cancellazione del South Stream, che avrebbe dovuto portare il gas russo direttamente in Bulgaria e che fu abbandonato a inizio dicembre 2014, le due navi erano rimaste nelle acque del porto di Burgas, in attesa di disposizioni. Nel porto bulgaro sarebbero anche stoccati una parte dei tubi destinati alla posa sul fondo del Mar Nero.

Il movimento della Castoro Sei potrebbe essere un segnale di inizio delle attività di costruzione del Turkish Stream, il gasdotto che dovrebbe collegare la Russia alla Turchia europea, con caratteristiche molto simili al South Stream. Dopo l’acquisizione da parte di Gazprom del 100% del consorzio South Stream, la costruzione del Turkish Stream – anch’esso 100% Gazprom – assorbirebbe il materiale e le obbligazioni contrattuali del progetto abbandonato.

Gazprom - Turkish Stream

MarineTraffic - Castoro Sei, rotta

Il Turkish Stream avrebbe peraltro un tracciato molto simile al South Stream, a parte l’ultimo tratto, deviato verso Sud per l’approdo in Turchia. La Castoro Sei si starebbe in effetti dirigendo verso il centro del Mar Nero: se nelle prossime settimane l’operatività della nave nell’area dovesse continuare, le operazioni preliminari di posa dei tubi potrebbero essere davvero iniziate. In linea peraltro con quanto dichiarato da Gazprom, che nei mesi scorsi ha annunciato l’avvio a breve della costruzione del gasdotto.

Aggiornamento (04/06/2015 – 16:00)

La Castoro Sei si trova a metà del Mar Nero, diretta verso le coste russe. In particolare, sempre secondo quanto riportato da MarineTraffic, la nave sarebbe diretta verso il porto di Anapa, vicino al punto da cui è prevista la partenza del Turkish Stream.

MarineTraffic - Castoro Sei verso AnapaLa Castoro Sei dovrebbe raggiungere il porto di destinazione lunedì prossimo, il 6 luglio.

MarineTraffic - Castoro Sei, scheda

Turkish Stream, TAP e la competizione che non c’è

pipesCome spesso accade quando si parla di nuovi gasdotti, una certa confusione sembra aleggiare intorno alle questione del Turkish Stream, il gasdotto proposto da Gazprom come sostituto di South Stream. In particolare, si parla di un’ipotetica competizione con il sistema TANAP/TAP, ossia l’infrastruttura che dovrà portare il gas azerbaigiano in Italia.

Per il momento, parlare di competizione è fuori luogo. I due gasdotti infatti sono molto diversi tra loro: il TAP, che ha appena ricevuto l’autorizzazione definitiva dal Governo italiano, porterà gas azerbaigiano sul mercato italiano, su quello greco e su quello bulgaro. 10 Gmc/a a regime, già tutti venduti e in consegna dal 2020.

Il Turkish Stream servirà invece a portare gas russo sul mercato turco, sostituendo il Trans-Balkan Pipeline, che dal 1987 raggiunge il mercato turco partendo dall’Ucraina e che dal 2003 è stato affiancato dal Blue Stream. Con il Turkish Stream, tutti i flussi di gas russo diretti in Turchia eviterebbero l’Ucraina, analogamente a quanto avviene nel caso delle Germania.

Per ora, del Turkish Stream si costruirà una linea sola da 15 Gmc/a, con l’inizio dei lavori di posa a giugno, secondo quanto annunciato da Gazprom. A eseguire i lavori sarà Saipem, sulla base dei contratti siglati in precedenza per South Stream. Proprio la necessità di assorbire i costi dei contratti di posa già siglati, delle forniture di tubi già consegnate e dei lavori di potenziamento della rete russa già eseguiti ha pesato sulla decisione russa di procedere in tutta fretta, con il primo gas annunciato in flusso per l’anno prossimo. Intanto, Gazprom e Botas stanno negoziando gli ultimi dettagli dei nuovi contratti di lungo periodo, mentre Gazprom e gli operatori privati turchi hanno già siglato i contratti.

La competizione, se mai ci sarà, potrebbe dunque essere in futuro per i volumi addizionali. Sul fronte South Stream, però, che si proceda a costruire altre linee non è affatto scontato, almeno a breve. Anzitutto, perché in questo caso Gazprom dovrebbe decidere di investire ulteriori risorse ex-novo, cosa piuttosto complicata in questo periodo. Inoltre, un’Ucraina completamente dipendente dall’Occidente e dai prestiti internazionali difficilmente potrà minacciare un’interruzione dei flussi di gas russo verso i clienti europei, riducendo l’urgenza della diversificazione delle rotte per Gazprom.

Sul fronte TAP, la capacità di portare nuovi volumi dipenderà invece dai ritmi di sviluppo della produzione azerbaigiana e soprattutto dalle prospettive del mercato europeo. E qui, per il gas azerbaigiano come per quello russo via Turchia, potrebbero esserci problemi. Perché se è vero che produzione in calo e i consumi in debole crescita faranno aumentare le importazioni, è però possibile che la competizione sul lato dell’offerta cresca, soprattutto dal mare.

La caduta dei prezzi del greggio ha infatti spinto verso il basso i prezzi del GNL in Asia, tanto che le quotazioni spot sono arrivate a essere temporaneamente più basse di quelle europee, nel corso del primo trimestre di quest’anno. Dopo una latenza di alcuni mesi, infatti, i prezzi dei contratti di lungo periodo indicizzati al greggio – dominanti sui mercati dell’Asia Orientale – si sono adeguati al ribasso. Con effetti inevitabilmente globali, visto che l’Asia rappresenta il 75% della domanda mondiale di GNL.

La prima conseguenza per l’Europa della convergenza dei prezzi globali del GNL è stata il rallentamento del re-export di GNL dalla Spagna. Negli ultimi anni, la crisi ha colpito duramente la domanda iberica e dal mercato spagnolo una parte dei carichi di GNL comprati con contratti di lungo periodo per il mercato interno sono stati ri-esportati, lucrando sul differenziale di prezzo.

La vicenza spagnola è giusto un sintomo, ma le conseguenze per l’Europa potrebbero però non finire qui. Se i prezzi sul mercato asiatico non dovessero tornare a salire, il mercato europeo sarebbe sempre più attraente per gli esportatori di GNL. La capacità di importazione europea ammonta infatti a quasi 200 Gmc, ma è utilizzata solo per un quarto, lasciando spazio per un forte aumento dei flussi, se il prezzo del GNL sarà abbastanza competitivo.

Se Turkish Stream e TANAP/TAP avranno da competere, non sarà solo tra di loro e sarà più per un mercato europeo anemico ed eccessivamente rifornito che non per oscure trame geopolitiche. E la partita, come quasi sempre avviene, sarà soprattutto una questione di prezzi finali e di costi.